La vita di Santa Rita

Home / La vita di Santa Rita


La profezia della Sibilla Porrina – Nella valle di Roccaporena si apre una grotta detta “d’oro” ritenuta la dimora della Sibilla Porrina che profetò con queste parole: “Questa é la terra sacra indicatami dal mio Dio. Correranno vénti centinaia di anni dopo di me, e da queste balze rocciose luminerà una luce divina, ignota al mondo, cui curveranno il capo financo le fiere del bosco: e sarà la seconda. Appresso altre cinque, da queste pareti granitiche verrà alla luce una pietra preziosa, la margarita , che brillerà dopo altre cinque ancora. E sarà la più grande e supererà le terre e i mari, perocché l’umiltà vincerà la vanità. Qui ancora accorreranno le genti tratte da ogni luogo a osannare il Dio eterno, e questa angusta e misera valle avrà nome eterno nel mondo.”

La Nascita – Santa Rita nacque a Roccaporena, una piccola frazione del comune di Cascia, in un giorno imprecisato di un anno che la maggior parte degli studiosi indica nel 1381. Questa data è anche quella stabilita nel corso del processso di canonizzazione del 1900 svoltosi sotto il pontificato di papa Leone XIII. I genitori Antonio Lotti ed Amata Ferri erano impegnati nel processo di pacificazione tra le famiglie guelfe e ghibelline protagoniste in quel periodo di sanguinose ed innumerevoli faide. La tradizione li presenta come una coppia unita, avanti negli anni, profondamente religiosa e con un solo cruccio: la mancanza di figli. Ma una notte ad Amata apparve in sogno un angelo per annunciarle che sarebbe diventata madre di una bimba alla quale sarebbe stato imposto il nome di Margherita. Ed il sogno diventò realtà: in casa Lotti nacque Margherita.

Il Miracolo delle api – Il miracolo “delle api bianche” potrebbe aiutarci a collocare l’evento nel periodo estivo o prossimo all’estate: Rita infatti aveva pochi giorni quando esso accade e gli insetti, che le ronzavano vicino al volto senza pungerla, furono scacciati da un mietitore che stava lavorando in un campo di grano vicino. Proprio la mano dell’uomo, feritasi con la falce, fu guarita dalle api bianche nel momento che vi si posarono sopra.

L’adolescenza – L’adolescenza di Margherita trascorse in un clima di profonda religiosità. Accanto alla cura della casa, occupazione tipica di una donna di quei tempi la cui vita era finalizzata al matrimonio ed alla maternità, sicuramente le fu insegnato a leggere e a scrivere. Nell’istruzione religiosa i genitori furono probabilmente aiutati dai frati e dalle suore dell’ordine agostiniano presenti a Cascia. La tradizione insiste in particolar modo sulla volontà dell’adolescente di farsi suora entrando a far parte di uno dei conventi casciani per dedicare la sua vita a Cristo seguendo le orme di Chiara di Montefalco, morta in odore di santità nel 1308, o di quel Simone Fidati, casciano e frate agostiniano, che nel 1330 portò a Cascia la reliquia dell’Ostia insanguinata del miracolo di Siena.

Le nozze – Ma il destino della piccola Margherita era diverso: nel 1393 Paolo di Ferdinando Mancini, forse suo compaesano, la chiese in moglie ed il padre, nonostante la vocazione religiosa della figlia, acconsentì. Una decisione che appare strana se si presta fede alla tradizione che descrive il giovane pretendente come un violento, appartenente alla fazione Ghibellina (contraria al potere temporale del papa), implicato in quelle faide che i genitori della ragazza s’impegnavano a far cessare favorendo la pacificazione tra le famiglie od i gruppi che vi erano coinvolti. Fu probabilmente l’età avanzata dei genitori a spingerli a dare il consenso alle nozze per evitare che Rita rimanesse sola alla loro morte: la fanciulla, all’incirca dodicenne, ebbe così un’ulteriore prova dell’affetto che il padre e la madre le portavano ed in nome di quello rinunciò alla vita monacale che tanto desiderava. Il matrimonio fu probabilmente celebrato nel 1395-1396 quando la ragazza aveva sedici o diciassette anni: lasciò la casa dei genitori per spostarsi in quella del marito che la tradizione indica essere posta subito all’entrata di Roccaporena, abitazione composta da tre piccole stanze e da un orticello, oggi trasformata in chiesa. La vita di Rita al fianco di Paolo non dovette essere facile, ma l’amore che gli portava le diede la forza di sopportare la sua irascibilità. Nacquero due figli, che la tradizione vuole gemelli: Gian Giacomo e Paolo Maria a cui la Santa dedicò tutta se stessa dimostrandogli l’inutilità di quelle faide che continuavano ad insanguinare la società del tempo.

La morte del marito e dei figli – La devozione e l’amore per il marito pian piano riuscirono a cambiarne l’indole violenta tanto che Paolo abbandonò le vecchie compagnie, le lotte, gli agguati e la vita rissosa per dedicare il suo tempo alla famiglia. Ma questo cambiamento non fu gradito ai suoi vecchi compagni che una notte tra il 1413-1414 gli tesero un mortale agguato: lo attesero nei pressi di Collegiacone, lungo la strada che da Cascia porta a Roccaporena, e lì lo uccisero a pugnalate mettendo fine alla vita di un uomo che di violenza non voleva più sentir parlare. Il dolore di Rita per la perdita dell’amato sposo fu amplificato dalla scoperta che, nonostante i suoi insegnamenti, i due figli meditavano la vendetta contro gli assassini del padre. Ma, forse per le preghiere che lei stessa elevò al cielo affinchè non si macchiassero di altro sangue, Gian Giacomo e Paolo Maria morirono quasi contemporaneamente circa un anno dopo il padre tra il 1414-1415. Ora Rita era veramente rimasta sola e nulla più la legava ad una vita fuori dal convento. Ma le monache agostiniane, che pure accoglievano tra loro delle vedove, non potevano accettare di ammettere nell’ordine una donna suo malgrado implicata in una faida. Per questo Rita s’impegnò nel pacificare la famiglia del marito con quelle dei suoi assassini e a mettere fine a quell’odio che l’aveva privata di tutti i suoi affetti. Un compito difficilissimo, quasi impossibile, ma che alla fine ella riuscì brillantemente a portare a termine. E così, dopo aver venduto tutti i suoi beni ed aver donato al monastero il ricavato, fu finalmente accettata tra le agostiniane di Cascia presumibilmente nel 1417.

L’ingresso al Monastero – L’opera di pacificazione svolta dalla santa dovette sembrare tanto incredibile che il popolo ritenne il suo ingresso nel monastero legato ad un evento miracoloso. La tradizione vuole che, in una delle tante notti di preghiera in cima allo Scoglio che domina Roccaporena, Rita sarebbe stata portata in volo e depositata all’interno del convento dai suoi tre Santi protettori: San Giovanni Battista, Sant’Agostino e San Nicola da Tolentino. Le monache del convento di Santa Maria Maddalena non poterono far altro che accoglierla nella comunità, riconoscendo nell’avvenimento una precisa volontà divina. Finalmente la sua vita poteva essere dedicata interamente a Cristo, alla meditazione sulla sua passione e morte e sul suo insegnamento. Le testimonianze che sono giunte sulla vita di Rita negli anni trascorsi tra le suore agostiniane ci mostrano la figura di una donna che praticò, sopra tutte le altre, le virtù dell’umiltà e dell’obbedienza, entrambe testimoniate dall’episodio del tralcio di vite. Si narra che, ancora sbalordita per il miracoloso arrivo della santa di Roccaporena all’interno del monastero, la madre badessa le avesse dato l’incarico di innaffiare giornalmente una pianta di vite ormai irrimediabilmente secca: Rita, davanti a quello che poteva sembrare un compito assurdo, piegò la testa con umiltà e con obbedienza e lo eseguì fintanto che un giorno il tralcio di vite tornò a germogliare.

Rita riceve la spina – Il 18 Aprile 1442, Venerdi Santo, nella chiesa della Collegiata di S.Maria della Plebe predicò il francescano fra’ Giacomo della Marca: tra coloro che si erano recati ad ascoltarlo c’era anche Rita che, tornata nella sua cella al convento ancora scossa dalle parole del frate, si raccolse in preghiera davanti al Crocifisso. Fu allora che miracolosamente una delle spine della corona che cingeva il capo di Cristo si conficcò nella sua fronte, provocandole una ferita profonda che l’accompagnò per quindici anni, fino alla fine dei suoi giorni.

Il pellegrinaggio a Roma nell’Anno Santo del 1450 - La tradizione vuole che la badessa e le consorelle di Rita decidessero di recarsi a Roma in pellegrinaggio in occasione dell’Anno Santo del 1450: lei fu inizialmente esclusa per la ferita della spina che ne fiaccava la salute. Ma ancora una volta le sue preghiere furono ascoltate: la ferita si richiuse e Rita poté partire e visitare le tombe degli Apostoli, diretti testimoni della vita terrena di Cristo. Si narra che una volta giunte in prossimità di Roma le suore si riposassero nella zona di Tor Bella Monaca che deve il suo nome alla bella suora che era quel giorno nel gruppo e che si riconosce in Santa Rita.

Gli ultimi anni – Tornata dal pellegrinaggio romano, sulla sua fronte ricomparve la ferita della spina ed una nuova malattia la costrinse a passare gli ultimi quattro anni della sua vita sul letto della sua piccola cella. Era il gennaio del 1457 quando una sua cugina di Roccaporena, come era solita fare, si recò a trovarla: quel giorno Rita, prima di salutarla, le chiese di portarle una rosa e due fichi dal suo orto. Una richiesta che parve dettata da una mente delirante per il dolore: ma con grande sorpresa la donna, giunta nel piccolo borgo, trovò realmente una rosa sbocciata e due fichi su un ramo senza foglie. Per Rita quei frutti e quel fiore furono l’ultimo contatto con il luogo dove era nata e dove era vissuta felice con il marito ed i figli.

La morte – Era l’alba del 22 Maggio 1457 quando la vita terrena di Rita ebbe termine: ad annunciarlo agli abitanti di Cascia e del contado furono le campane di S.Maria Maddalena e di tutte le altre chiese suonate a distesa dagli angeli che accompagnavano l’anima della Santa in paradiso. Il suo corpo, esposto nella chiesa del convento, fu meta di una folla commossa: tra di essa una parente di Roccaporena che, nell’abbracciare la salma, fu guarita da un infermità al braccio ed il falegname Cicco Barbaro da Cascia che vide risanate le sue mani, tanto da permettergli di fabbricare l’umile cassa di legno di pioppo dove la Santa fu deposta e che ancora si conserva nel monastero.

di Carla Termini